TRAUMA, DISTURBO POST TRAUMATICO E EMDR: PSICOTERAPIA A PADOVA

 
COS'E’ L'EMDR (Eye movement desensitization and reprocessing)?

Eye movement desensitization and reprocessing (EMDR) è un trattamento psicoterapeutico che facilita la risoluzione dei sintomi e del disagio emotivo legato ad esperienze di vita stressanti e traumatiche.  L’EMDR è uno strumento efficace per tutti i tipi di trauma, sia per quelli di lieve entità, sia per i disturbi post traumatici da stress (traumi fisici, relazionali, complessi etc.), sia per eventi disturbanti dell’infanzia (Dominguez & Lee, 2017) e permette di:

 

  • stabilizzare e regolare l'iperattivazione e la disregolazione emotiva;

  • favorire il rafforzamento delle risorse esterne ed interne della persona, per aiutarla ad affrontare con maggiore solidità le sfide quotidiane e le difficoltà che si trova ad vivere (Leeds & Shapiro, 2000; Mosquera & Gonzalez-Vazquez, 2014);

  • desensibilizzare ed elaborare le memorie traumatiche utilizzando un protocollo che lavora in modo integrato sul passato, sul presente e sul futuro (Shapiro, 2001);

  • stabilizzare gli obiettivi e i traguardi raggiunti dalla persona per limitare il rischio di ricaduta e recidiva (Shapiro, 2001).

 

L'EMDR lavora simultaneamente sia sulla componente fisiologica sia sui pensieri e le cognizioni negative degli stati emotivi e di altri sintomi e sensazioni disturbanti. L’EMDR, infatti, utilizza un triplice approccio globale, lavorando contemporaneamente su più livelli: (1) le esperienze passate, (2) le attuali cause di stress e disagio, (3) i pensieri, le azioni desiderate e gli obiettivi per il futuro.

La terapia EMDR si basa sul modello teorico AIP (Adaptive Information Processing) secondo il quale i ricordi non elaborati possono dare origine a molte problematiche compresa la disregolazione emotiva. Come esseri umani siamo dotati di un sistema fisiologico e innato di elaborazione delle informazioni. L'impatto emotivo delle esperienze traumatiche fa sì che i ricordi delle esperienze traumatiche o altamente stressanti possano essere immagazzinati in modo disfunzionale. Il trattamento EMDR permette di elaborare queste esperienze favorendo un’integrazione adattiva dei ricordi all'interno della biografia della persona, che non li vivrà più in modo emotivo e disturbante, ma li riconoscerà come esperienze superate del passato, non più in grado di influenzare negativamente il presente.

 

Ad oggi l'organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e le più importanti organizzazioni psicologiche internazionali come l'American psychological Association e l’American psychiatric Association hanno riconosciuto l’EMDR come trattamento efficace ed elettivo per la cura dei traumi e dei disturbi psicofisici connessi al trauma. Il riferimento in Italia è l'associazione EMDR Italia che si occupa della formazione, dell’aggiornamento degli psicoterapeuti e della divulgazione scientifica.

 
EMDR: QUANDO FUNZIONA

L'EMDR è un approccio di psicoterapia incentrato sul paziente, interattivo e standardizzato, scientificamente dimostrato (evidence based) da numerosi studi clinici e neurofisiologici sia nazionali che internazionali nell'ambito del trauma.

 

Oltre a elaborare l’aspetto psicologico relativo ai traumi fisici, legati ad esempio a catastrofi naturali o incidenti, si può utilizzare anche nell'ambito della violenza e dell'abuso (riuscendo a limitare anche la trasmissione intergenerazionale di situazioni traumatiche familiari), e in tutti i casi di traumi relazionali (es., bullismo, umiliazioni, svalutazioni, situazioni di vergogna, etc.). L'efficacia dell’EMDR è dimostrata nel trattamento di numerose psicopatologie tra cui, ad esempio:

 

  • disturbo post traumatico da stress (Wilson, Becker & Tinker, 1997)

  • ansia generalizzata e da prestazione (Gauvreau & Bouchard, 2008),

  • attacchi di panico (Goldstein et al, 2000),

  • depressione (Hase et al., 2015; Hofmann et al., 2015),

  • fobie (de Jongh, et al., 2002),

  • problemi di condotta e autostima (Soberman et al., 2002),

  • lutto acuto e complicato (Solomon & Rando, 2007),

  • disturbi dissociativi (Hofmann et al., 2015),

  • dolore cronico (Grant & Threlfo, 2002),

  • disturbo borderline di personalità (Mosquera & Gonzalez, 2016).

  • disturbo ossessivo-compulsivo (Musella, 2019)

  • dipendenza affettiva (Hofmann et al., 2015),

  • dipendenze (Hofmann et al., 2015),

  • disturbi del comportamento alimentare (Hofmann et al., 2015),

  • disturbi psicosomatici (Hofmann et al., 2015),

  • dismorfismo corporeo (Brown et al., 1997),

  • problematiche legate all’attaccamento (Hofmann et al., 2015),

  • traumi nei bambini (Greenwald, 1994).

 
EMDR: COME FUNZIONA E DURATA DEL TRATTAMENTO 

L’EMDR è un intervento strutturato in 8 fasi che utilizza stimolazioni bilaterali per desensibilizzare ed elaborare il trauma (Van den Hout et al., 2012). Dopo una fase di raccolta della storia del paziente, lo psicoterapeuta inizierà ad individuare con il paziente gli eventi associati ai ricordi traumatici su cui lavorare, che verranno elaborati con l’EMDR.

 

Il paziente verrà invitato a notare i pensieri, le sensazioni fisiche, le immagini collegate all’esperienza traumatica mentre il terapeuta effettua una semplice stimolazione bilaterale, che può avvenire tramite dei movimenti oculari o utilizzando stimoli tattili (tapping) alternati destra-sinistra per stimolare i due emisferi cerebrali. Queste stimolazioni hanno lo scopo di favorire una migliore comunicazione tra gli emisferi cerebrali e si basano sul processo neurofisiologico naturale simile a quello del sonno REM (Rapid Eye Movement: la fase del sonno in cui si sogna). L'EMDR facilita quindi la mobilitazione di un meccanismo di autoguarigione del corpo, stimolando un sistema innato di elaborazioni delle informazioni del cervello come avviene durante i sogni. Nel 1987 la dottoressa Shapiro scoprì che i movimenti oculari volontari riducevano l'intensità dei pensieri negativi disturbanti e iniziò ad applicare tale tecnica nella rielaborazione dei disturbi post traumatici da stress dei reduci del Vietnam e nei ricordi traumatici di vittime di aggressioni sessuali.

 

Durante una seduta di EMDR il paziente può provare emozioni intense, ma al termine della seduta la maggior parte delle persone riferisce una notevole riduzione del livello di disturbo e di stress associato all'esperienza traumatica.

Generalmente, più il trauma è complesso, ovvero ripetuto, precoce e cronico, maggiore è il livello di disregolazione emotiva e di conseguenza lo sono anche le ricadute sul piano relazionale (Shapiro, 2018). Spesso, nella traumatizzazione complessa, è necessario fare una prima fase di preparazione, volta a stabilizzare la disregolazione emotiva per permettere ai pazienti di avere strumenti e risorse per gestire le intense emozioni che possono accompagnare il percorso terapeutico.


Dopo il trattamento con EMDR il paziente ricorda benissimo l'evento e le sensazioni che ha provato, il suo vissuto etc., ma sente che tutto ciò è parte del passato ed è integrato nel presente in modo adattivo e adulto, i pensieri intrusivi si riducono, le emozioni e le sensazioni fisiche diminuiscono di intensità e quanto accaduto viene collocato nella memoria autobiografica del passato e non più vissuto come un eterno presente doloroso.

 

Dal punto di vista neurofisiologico, l’EMDR contribuisce a trasformare l'esperienza traumatica da emotiva a cognitiva attraverso la partecipazione e l’attivazione di regioni cerebrali che contribuiscono all'elaborazione dell'esperienza. Gli studi di neuroimmagine, infatti, dimostrano che nel trattamento con EMDR si passa da un'attivazione delle aree cerebrali limbiche, con una valenza emotiva, ad un’attivazione delle regioni corticali, con una valenza associativa, cioè di integrazione razionale dei ricordi traumatici senza più la componente emotiva disturbante.

La durata di un trattamento con EMDR  non è definibile a priori perché dipende da numerosi fattori tra cui, ad esempio, la complessità del trauma, la risposta e le difese del soggetto. Se si tratta di un trauma molto recente possono bastare poche sedute per risolvere la situazione, se è avvenuto nell’infanzia il tempo necessario all’elaborazione sarà più lungo. Rimane una tecnica centrata sul focus del problema che si è dimostrata efficace in tempi rapidi nella maggior parte dei casi.

 

Al termine del percorso spesso le persone si percepiscono anche con una maggiore autostima e fiducia nelle proprie capacità, proprio perché sono riuscite a superare il peso di uno o più eventi traumatici, e ad affrontarne la sofferenza e l'impatto emotivo, acquisendo la consapevolezza che ciò che è successo non si può cambiare, ma il ricordo può essere trasformato e non necessariamente deve tenerci bloccati nel dolore per tutta la vita: la persone sperimenta che il dolore può essere trasformato liberando risorse per il proprio benessere.

Al termine del percorso terapeutico con EMDR il vissuto emotivo legato al ricordo traumatico e la sensazione di malessere e disagio psicofisico si riduce significativamente fino ad arrivare ad una sensazione di neutralità, permettendo al ricordo di diventare più tollerabile e quindi maggiormente integrabile all'interno dei livelli di conoscenza episodica e memoria autobiografica della persona (Tulving, 2002; Farina & Liotti, 2011). Questo favorisce una riduzione significativa dei sintomi post-traumatici, favorendo il recupero di una migliore qualità di vita e benessere nella persona.

 
L'IMPATTO PSICOFISICO DEL TRAUMA: QUANDO RIVOLGERSI AD UNO PSICOTERAPEUTA

Gli eventi traumatici portano conseguenze sia sul piano psicologico ed emotivo sia sul piano fisico. L'impatto emotivo del trauma si ripercuote anche a livello corporeo e sugli aspetti neurobiologici del nostro cervello, ecco perché l’EMDR lavora utilizzando sia le memorie emotive sia le memorie corporee.

Chiunque subisca un trauma va incontro ad una reazione di stress fisiologico che in alcuni casi si risolve spontaneamente, integrando quanto è accaduto in modo costruttivo e adattivo nelle reti di memoria del nostro cervello senza l'intervento di un professionista psicoterapeuta.

In altri casi però questa integrazione non avviene e la persona, pur essendo passato del tempo dal momento del trauma, continua a rivivere le stesse sensazioni emotive ed angoscianti, anche in situazioni che esulano da quel contesto, non riuscendo più a condurre una vita normale e soddisfacente dal punto di vista personale e relazionale. Quando il trauma non viene elaborato è come se il passato fosse un eterno presente. Questa situazione può sfociare nel disturbo da stress post traumatico (PTSD). La persona rivive continuamente le emozioni, le sensazioni fisiche e i pensieri vissuti al momento del trauma, sentendosi perennemente in uno stato di allerta e tensione. In questi casi è importante rivolgersi ad un professionista e l’EMDR è la tecnica elettiva secondo l’OMS per la sua efficacia nel trattamento di questo disturbo.

COS'È UN TRAUMA PSICOLOGICO

In generale il trauma psicologico può essere definito come un'esperienza che irrompe nel consueto modo di vivere e vedere il mondo di una persona e che ha un impatto negativo sulla sua qualità di vita. Esistono numerose forme di esperienze traumatiche e una possibile classificazione è la seguente:

  1. Traumi con la “t” minuscola: esperienze disturbanti per la persona in cui la percezione di pericolo è mediamente intensa. Rientrano in questa categoria, ad esempio, le umiliazioni verbali dei genitori verso un bambino, le prese in giro dei compagni di classe (bullismo), l'imprevedibilità nelle relazioni, nei casi in cui si viene abbandonati improvvisamente. Questa tipologia di trauma spesso ha origine in età infantile ed è ripetuta, ovvero è un'esperienza che la persona subisce più e più volte, lasciando quindi un segno profondo e difficile da elaborare in autonomia perché influenza il modo in cui la persona legge il mondo e se stessa. Gli adulti che da bambini che hanno sperimentato traumi ripetuti sia di natura relazionale e di attaccamento con i genitori sia di natura ambientale, ne subiscono l'impatto e l'influenza per tutta la vita, se non sono adeguatamente elaborati. Rientrano nei traumi con la “t” minuscola anche le diagnosi mediche come quelle oncologiche e i lutti.

  2. Traumi con la “T” maiuscola: esperienze in cui la vita della persona è stata messa in pericolo o che minacciano l’integrità fisica propria o delle persone care. Sono generalmente eventi di forte intensità e improvvisi, ad esempio, catastrofi naturali (es. terremoti), incidenti, abusi sessuali etc.

 

I traumi, se non correttamente elaborati, possono continuare a riemergere come flashback il cui vissuto emotivo è molto vivido nella vita del soggetto anche se sono passati molti anni. Il trauma infatti, se non elaborato, è un eterno presente all'interno del quale la persona si sente intrappolata con il vissuto emotivo e di dolore che questo porta con sé.

Nonostante i traumi con la t maiuscola e minuscola siano molto differenti tra loro, le ricerche hanno dimostrato che le persone tendono a reagire dal punto di vista fisico e psicologico attraverso meccanismi simili. Le reazioni a breve e lungo termine dopo un evento traumatico possono essere molto differenti tra loro. Possono presentarsi alcuni sintomi psicologici come ansia, insonnia, etc. fino ad una compromissione della propria autonomia e qualità di vita.

 
 
IL DISTURBO POST TRAUMATICO DA STRESS (PTSD)

Secondo i criteri diagnostici del DSM-5 per diagnosticare il disturbo post-traumatico da stress (PTSD) il soggetto deve essere stato esposto direttamente o indirettamente alla morte o alla grave minaccia dell'incolumità fisica propria o altrui.

A seguito di un evento traumatico, nel PTSD, i sintomi caratteristici possono essere suddivisi in quattro categorie:

  1. Intrusività. Pensieri, ricordi e immagini intrusive di quello che è successo, riguardano la continua sperimentazione dell'evento. Si presentano indipendentemente dalla volontà del soggetto di ricordarli, in modo improvviso, causando all'individuo un forte senso di disagio. Questi flashback continui di solito si presentano in maniera più marcata nei momenti di rilassamento, come ad esempio quando ci si sta per addormentare. Secondo il DSM-5 per poter parlare di intrusività nel PTSD deve essere presente uno o più dei seguenti sintomi: 1. Ricorrenti, involontari e intrusivi ricordi dell'evento; 2. Sogni ed incubi notturni riguardanti il trauma, 3. Flashback in cui il soggetto si sente o agisce come se l'evento traumatico si stesse ripetendo; 4. Intensa e prolungata sofferenza psicologica all'esposizione a fattori scatenanti che simboleggiano o assomigliano a un aspetto dell'evento traumatico, 5. Marcate reazioni fisiologiche di fronte a stimoli interni o esterni che riportano e rievocano l’evento traumatico.

  2. Evitamento. Secondo il DSM-5 il criterio dell'evitamento prevede che sia presente almeno uno tra i seguenti sintomi: 1. Evitamento di ricordi, pensieri ed emozioni associati all'evento; 2. Evitamento di fattori esterni che suscitano ricordi spiacevoli associati all'evento traumatico (situazioni, luoghi, attività, conversazioni, oggetti o persone associate all'evento).

  3. Alterazione negativa di pensieri ed emozioni. Il DSM-5 prevede che per questa  categoria siano presenti almeno due tra i seguenti criteri: 1. Incapacità di ricordare qualche aspetto importante dell'evento traumatico (aspetto dovuto ad amnesia dissociativa e non ad altri fattori fisici come uso di sostanze o un trauma cranico); 2. Persistenti ed esagerate convinzioni o aspettative negative relativamente a se stessi o ad altre persone o al mondo esterno (es.: “Io sono cattivo”, “il mondo è assolutamente pericoloso”); 3. Pensieri persistenti e distorti relativi alle cause e alle conseguenze dell'evento traumatico, che portano l'individuo a dare la colpa a se stesso o agli altri; 4. Persistente stato emotivo negativo come, ad esempio, paura, orrore, rabbia, colpa, o vergogna; 5. Marcata riduzione di interesse o partecipazione alle attività significative precedentemente piacevoli; 6. Sentimenti di distacco e di estraneità verso gli altri; 7. Persistente incapacità a provare emozioni positive come felicità o sentimenti d'amore. La persona può sviluppare un vissuto di precarietà legato alla paura che l'evento traumatico possa ripresentarsi, e dedicare molto spazio a sviluppare pensieri con tematiche esistenziali, chiedendosi come dare un senso a quello che è successo (Perché è successo?, Perché è successo proprio a me?, Cosa significa). In psicoterapia è quasi sempre necessario un lavoro sul senso di colpa: la persona che ha subito il trauma spesso prova “la colpa del sopravvissuto”, ovvero se qualcun altro è morto o è stato ferito gravemente si sviluppa il senso di colpa per non aver fatto abbastanza e si alimentano pensieri intrusivi come “Se io avessi… allora non sarebbe accaduto…). Questo stato emotivo crea spesso difficoltà di comunicazione con  familiari e amici, per cui nascono ulteriori difficoltà relazionali e aumenta il senso di solitudine per chi ha subito il trauma.

  4. Iperarousal. Riguarda marcate alterazioni dell’arousal (stato di iperattivazione e vigilanza) e delle attività associate all'evento traumatico. Il DSM-5 prevede che per questa categoria siano presenti almeno due tra i seguenti criteri: 1. Comportamento irritabile ed esplosioni di rabbia (con minima o nessuna provocazione) tipicamente espressi nella forma di aggressione verbale o fisica nei confronti di persone o oggetti; 2. Comportamento spericolato o autodistruttivo; 3. Ipervigilanza; 4. Esagerate risposte di allarme; 5. Problemi di concentrazione; 6.  Insonnia.

 

La durata delle alterazioni di questi quattro criteri deve essere superiore a un mese per poter parlare di PTSD, ma l'esordio può anche essere ritardato e verificarsi dopo un periodo  successivo di sei mesi all'evento. Questo quadro provoca un disagio clinicamente significativo per la persona e una compromissione del suo funzionamento in ambito sociale, lavorativo e relazionale.

 

Inoltre, nel PTSD, come risposta all'evento stressante sono spesso presenti sintomi dissociativi come: 

  1. Depersonalizzazione: sentirsi distaccati da sé e dal proprio corpo, come se si fosse un osservatore esterno dei propri processi mentali o del proprio corpo (sensazione di essere in un sogno, di irrealtà). Si ha la sensazione che tutto ciò che accade non si stia vivendo in prima persona, questo vissuto porta anche ad un'alterazione dello scorrere del tempo, mentre i sensi sono acutizzati e iperattivi per valutare rapidamente i pericoli, le vie di fuga, la possibilità di scappare in un luogo sicuro o di chiedere aiuto. Subito dopo l'esperienza traumatica la realtà quotidiana continua a sembrare irreale, con la sensazione di vivere in un incubo o in realtà e dimensioni temporali parallele (quella del trauma e la routine quotidiana).

  2. Derealizzazione: sensazione che l'ambiente circostante sia irreale (come se il mondo intorno all'individuo fosse vissuto come irreale, onirico, distante o distorto).

 

Dal punto di vista neurofisiologico, alcuni studi hanno dimostrato che le persone con gravi traumi nel corso della vita ed importanti sintomi di PTSD, ne portano i segni anche a livello cerebrale mostrando, ad esempio, un volume ridotto dell'ippocampo (Bremner, 2002). Si ipotizza che questo sia dovuto all’impatto degli ormoni dello stress (cortisolo e adrenalina) in quanto un evento emotivo molto forte ha ripercussioni a livello neuroendocrino attraverso l'asse ipotalamo-ipofisi-surrene.

 

Le prime risposte al trauma appartengono a quella che comunemente viene chiamata fase di shock e hanno lo scopo di proteggere il cervello e la persona dagli effetti di un cambiamento della realtà troppo violento. Queste risposte permettono di prendere le distanze da un'emotività che sarebbe eccessivamente destabilizzante e intensa per la persona, dandole il tempo di elaborarla: non sono quindi da considerare come reazioni patologiche, ma come reazioni protettive. Tra queste prime reazioni immediate rientrano la derealizzazione (senso di irrealtà) e le reazioni fisiche legate all'attivazione del sistema dello stress: il rilascio di cortisolo produce uno stato di ipervigilanza, in cui aumenta il tono del sistema nervoso simpatico, la frequenza cardiaca e respiratoria, la pressione arteriosa, etc. In questo stato fisiologico l'attenzione della persona è focalizzata sulla minaccia e sulla gestione del pericolo in modo istintivo ed immediato. In questa fase l'individuo mette in campo reazioni automatiche come i meccanismi di attacco-fuga (reazione di flight/fight): una risposta rapida e immediata al pericolo, selezionata evolutivamente e comune sia agli animali che all’uomo. Quando invece la minaccia è percepita come ormai inevitabile, si attiva istantaneamente e inconsciamente la risposta di freezing, cioè di immediata immobilità e congelamento, sia fisico che cognitivo, al fine di proteggerci il più possibile.

 

Il nostro cervello possiede la capacità innata di elaborare il ricordo traumatico. Quando questa rielaborazione non avviene in modo naturale si sviluppa il PTSD. La persona, anche a distanza di molto tempo, subisce gli effetti del trauma sperimentando angoscia e una grave compromissione della sua qualità di vita e del suo funzionamento sociale. Purtroppo non è vero che il tempo guarisce tutte le ferite, per questo si dice che il tempo del trauma è un “eterno presente”. I fattori ambientali, come alcuni rumori, alcune espressioni del volto, etc,, insomma tutte le situazioni che richiamano aspetti simili a quelli memorizzati insieme all’esperienza traumatica,  riattivano l'esperienza del trauma, riportando alla luce il vissuto di angoscia e fragilità anche nei normali momenti della vita quotidiana. La persona si sente quindi impotente e travolta, congelata in quel momento.

Tra i fattori di rischio ambientali per lo sviluppo del PTSD possiamo osservare:

  • FATTORI DI RISCHIO AMBIENTALI:

    • il fatto che l'evento giunga inaspettato,

    • la gravità del trauma,

    • durata del trauma nel tempo.

  • FATTORI DI RISCHIO INDIVIDUALI:  

    • la giovane età di chi subisce il trauma,

    • l'esposizione diretta al trauma,

    • l'immobilità fisica o l'impotenza di mettersi al sicuro o aiutare altre persone,

    • la mancanza di legami di attaccamento sicuri,

    • la mancanza di una rete di sostegno sociale significativa,

    • la precedente esposizione ad altri traumi,

    • la comorbidità con altri fattori di stress al momento del trauma (es.: un lutto o un licenziamento).

 

Subito dopo il trauma alcune persone non mostrano nessuno sconvolgimento emotivo, ma un appiattimento degli affetti legato ai fenomeni dissociativi e di evitamento che abbiamo descritto prima. Secondo Verardo e Lauretti (2014) i soggetti che non hanno una reazione emotiva nelle prime settimane dopo il trauma presentano un più alto rischio di sviluppare PTSD ed altre psicopatologie rispetto alle persone che nell'immediato manifestano una reazione emotiva acuta.

 
COME POSSO AIUTARE UNA PERSONA VICINO A ME CHE HA SUBITO UN TRAUMA?

Nelle situazioni traumatiche è importante che la persona cerchi di mantenere la propria routine, e che le persone al suo fianco le permettano di parlare delle proprie emozioni e sentimenti in modo libero e aperto.

Le persone vicino a chi ha subito un trauma non dovrebbero mai invalidare le emozioni che vengono espresse. Non è di aiuto utilizzare frasi come: "piangere non serve a nulla”, “dai pensa positivo ormai è passato del tempo”. È importante accogliere le persone nel loro vissuto emotivo così com'è, senza giudizio, tenendo presente che serve tempo perché la persona possa riprendere la propria vita e riacquistare una stabilità emotiva. È inoltre importante essere consapevoli che nella fase post traumatica le persone possono avere delle reazioni emotive anche molto forti e che questo è fisiologico. Dopo un evento post traumatico alcune persone riportano una riduzione degli interessi e delle attività che prima davano piacere.

Chi è vicino a qualcuno che sta affrontando un periodo post traumatico ha un ruolo di grande sostegno e incoraggiamento nell’aiutare la persona a trovare un professionista che possa aiutarla in questa fase.

 
QUALI SONO LE REAZIONI EMOTIVE SPONTANEE DOPO IL TRAUMA

Dopo un evento traumatico il nostro corpo mette in atto una serie di reazioni automatiche che servono a proteggerci, come, ad esempio: una sensazione di senso di irrealtà, di essere dentro un film, in cui le cose non stanno capitando direttamente a noi. È come se la realtà sembrasse attutita, irreale, come se ci si trovasse sotto una campana di vetro in un mondo un po' ovattato e distante. Nelle fasi subito dopo il trauma, è naturale avere reazioni di attivazione neurofisiologica come tachicardia, nausea, sensazioni di caldo, freddo e bisogno di sostegno e di qualcuno vicino.

 

Nelle fasi successive all'evento traumatico, possono presentarsi: insonnia, difficoltà di concentrazione, pensieri intrusivi in cui all'improvviso, mentre si svolgono altre attività, arrivano pensieri e ricordi relativi a quello che è successo, pensiero rimuginativo, facile associazione tra quello che è successo e stimoli ambientali, situazioni o persone che anche involontariamente richiamano l'evento traumatico.

 

Dal punto di vista fisico sono inoltre spesso presenti sintomi come: stanchezza, irrequietezza, problemi di stomaco o intestinali e nausea.

 

Dal punto di vista emotivo sono quasi sempre presenti sentimenti di disperazione, tristezza, senso di colpa e vulnerabilità. Per la persona è difficile accettare quanto accaduto, e spesso si chiede se ha fatto a sufficienza, fatica a pensare al proprio futuro, c'è un cambiamento negli interessi, nelle passioni, con una tendenza al ritiro. Ci può essere una messa in discussione delle proprie priorità e dei propri valori. Molto spesso si vive in una sensazione di ansia con la preoccupazione che possa capitare nuovamente qualcosa di negativo e d'improvviso nella propria vita.

 
IL TRAUMA NEI BAMBINI

Il trauma infantile può essere definito come la conseguenza mentale di un evento esterno e improvviso, oppure di una serie di eventi stressanti che provocano nel bambino un vissuto di impotenza e portano a una rottura delle sue abituali capacità di far fronte allo stress. Spesso le esperienze traumatiche in età infantile sono presenti in modo diffuso e ripetuto e possono avere a che fare con le modalità di accudimento e di comunicazione della famiglia con il bambino.

Le esperienze traumatiche precoci in età infantile sono spesso sottovalutate ma in realtà diventano una fonte primaria di stress, disagio e di rischio per lo sviluppo di varie psicopatologie. In età infantile si parla di trauma anche quando un bambino sperimenta emozioni di paura, di dolore, o altre emozioni negative insieme ad una sensazione di impotenza, con un vissuto di incapacità di fronteggiare quello che sta accadendo, o di avere una figura di riferimento che sia d'aiuto e di sostegno per affrontarlo. Le figure genitoriali e di attaccamento hanno infatti un ruolo fondamentale nello sviluppo di fattori di rischio psicologici: quando i bambini hanno vissuto traumi ripetuti, di natura relazionale o ambientale e non possono contare su una relazione sicura di attaccamento, il rischio di sviluppare sintomi psicologici sia in età infantile che in età adulta è significativamente maggiore. Il bambino infatti non ha ancora la capacità di decodificare quello che succede, come un adulto e, davanti alle esperienze traumatiche o quando vive emozioni negative, necessita del sostegno di una figura adulta che lo aiuti a comprendere quello che sta succedendo, a ridimensionare e capire le emozioni che sta vivendo e a contenere l'angoscia. Quando il bambino non trova una figura di attaccamento (genitore o caregiver) solida al suo fianco, riempie con fantasia paura e angoscia quello che non capisce il vuoto che sente, facendo così aumentare ancora di più la disregolazione emotiva e il vissuto di angoscia.

 

I bambini, inoltre, hanno una fiducia incondizionata verso le figure genitoriali (anche quando sono disfunzionali) e, nel momento in cui un adulto fa qualcosa di negativo o si rivolge al bambino in modo umiliante o violento, il bambino non ha la capacità di attribuire quello che sta succedendo ai problemi dell'adulto, e quindi dà la colpa a se stesso con tutto il vissuto di dolore, smarrimento, sensi di colpa e paura dell’abbandono che questo comporta.

 

Proprio come gli adulti, anche i bambini provano dolore, ansia, tristezza etc., ma poiché manifestano le emozioni in modo diverso e spesso non verbale, il loro vissuto  può venire sminuito, non essere preso in considerazione e il loro dolore è spesso sottovalutato dagli adulti. I bambini difficilmente esprimono il proprio vissuto emotivo con le parole, di solito attuano una serie di comportamenti come l'irrequietezza, l'aggressività, il mutismo, sviluppano paure che prima non avevano o lo esprimono attraverso una serie di sintomi fisici come il mal di testa.

 

Per fare un esempio, i bambini sentono come gli adulti il dolore e la mancanza legata alla perdita di una persona nei lutti, ma spesso la loro sofferenza, proprio perché non viene manifestata come l'adulto, non è considerata. In questo modo, pur con l’intenzione di proteggerli dal dolore e della sofferenza, rischiamo di lasciare i bambini da soli nel loro dolore. Per l'adulto è difficile esprimere e parlare di sofferenza con un bambino, proprio perché si vorrebbe tutelarli e preservarli da ciò che accade di negativo, ma in questo modo il bambino si sente inibito nel poter esprimere le proprie emozioni perché sente che è qualcosa di cui non si può parlare. Così facendo viene lasciato solo, coi suoi pensieri, con le sue paure che vengono riempite con l'immaginazione (che generalmente è molto più catastrofica e peggiore della realtà) creando un grave vissuto di incertezza proprio perché il bambino non ha ancora la capacità di sapere cosa aspettarsi dalla realtà.

 

Se non trattati, i traumi infantili non elaborati possono prendere traiettorie di sviluppo a rischio, e portare psicopatologie in età adulta.

 

È importante che gli adulti funzionali vicini al bambino che ha subito o sta subendo un trauma, diano informazioni chiare e adatte alla sua età. Le informazioni devono essere semplici e il bambino deve poter sentire che si può parlare di quello che sta succedendo.  È fondamentale, come per gli adulti, non invalidare le emozioni che il bambino esprime, ma accettarle, ascoltarle e rispondere con sincerità alle domande e alle paure che il bambino manifesterà. Ogni bambino ha una reazione diversa, che non sempre è quella che l’adulto si aspetta, anche in questo caso è importante accettare e rispettare i tempi del bambino. Ci sono bambini che non hanno reazioni immediate e che riprendono poi l'argomento successivamente, dopo averci pensato, e ci sono altri bambini che invece manifestano subito il loro vissuto emotivo con pianto o tristezza. È importante che l'adulto aiuti il bambino ad esprimersi nel modo più consono alla sua età, con il disegno, il gioco, etc., o chiedendo un aiuto qualificato.

Il lavoro con l’EMDR nel bambino non serve solo per la gestione dei vissuti emotivi legati al trauma e per limitarne l'impatto personale e relazionale, ma anche come prevenzione per lo sviluppo di psicopatologie in età futura.

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